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Dal cacao al cioccolato

di Roberto Colella

La leggenda narra che la coltura del cacao fu sviluppata dal terzo re Maya: Hunahpu. Il cacao o meglio il frutto di questa pianta era molto prezioso tanto da essere utilizzato come moneta presso la popolazione Maya. Intorno al X Secolo i Maya abbandonarono le loro principali città  e la loro civiltà andò rapidamente in declino. Ben presto la tribù dei Toltechi  si stabilì  in quelle terre. La capitale fu scelta nella città di Tollan (oggi identificata nella città di Tula, a nord di Città del Messico). Il re, un uomo di pace, Topiltzin Quetzalcoàtl (Serpente Piumato), fu costretto da violente pressioni interne a fuggire a sud sino alla città di Chichèn, una città Maya nella penisola dello Yucatàn. Di lì a poco il  re venne divinizzato entrando così a far parte della mitologia azteca.
La mitologia narra che il Dio Quetzalcoàtl possedesse un immenso tesoro composto da «tutte le ricchezze del mondo, oro e argento, pietre verdi chiamate chalchiuitl ed altri oggetti preziosi, come
una grande abbondanza di alberi di cacao di diversi colori».                                                   .
Cristoforo Colombo (1451-1506) fu molto probabilmente il primo cittadino europeo a scoprire gli usi della pianta di cacao. Fra Bartolomé de Las Casas aveva seguito con molto interesse l’impresa di Colombo e nel 1502 si era recato nel nuovo continente a diffondere lo spirito missionario e condannare le stragi, i rapimenti e lo sfruttamento delle popolazioni indigene ad opera dei «conquistadores». Nel 1510 Las Casas venne ordinato sacerdote e nel 1544 venne nominato vescovo della Diocesi di Chiapas nel Messico.
Las Casas, dalle pagine del suo testo «Apologética Historia», parla della coltura del cacao, analizzando vari aspetti: «I poderi che per più di ottocento leghe possiedono tutte le loro popolazioni, almeno nelle terre che sono calde e comunemente quelle vicine al mare, che sono i cacuagatales, dove nascono certe mandorle che loro chiamano cacao. Ventiquattromila di queste mandorle, che è il carico che suole portare un indio a spalla, valgono quindici o venti pesos d’oro tra gli spagnoli, perché da queste mandorle tostate e macinate fanno una polvere, che messa nell’acqua e frullata con essa ne viene una bevanda freschissima, che gli indi e anche gli spagnoli con essa percorrono varie leghe senza mangiare altro. Oltre queste utilità. le mandorle di per se stesse valgono in tutto il paese come monete, e portandone un sacco procurano all’uomo quanto gli occorre come se portasse una borsa di doppioni. L’industria e la diligenza con cui curano questi poderi e la loro pulizia è cosa da meravigliare. Vuole sole, ma non molto; e per questo prima di seminare la mandorla da dove deve uscire l’albero, quattro anni prima pongono un albero di foglie grandi, e dopo che questo è giunto a mezza altezza o un poco più, seminano la mandorla, e così serve a fare ombra e entro quelle foglie gli arriva il sole di cui ha bisogno; e sempre gli alberi del cacao, che crescono fino a tre braccia al massimo, stanno sotto gli altri che sono più alti e si seminarono prima. La foglia del cacao sarà come una lingua di bue; le mandorle nascono dentro alcuni boccioli molto belli; sono rossi e contengono ciascuno quaranta o cinquanta mandorle bianche come le nostre mandorle mondate, così ben disposte come i grani dei melograni e più ordinati; è coltura assai ricca e salutare».
La bevanda ricavata dal cacao veniva denominata  il «xoco-atl» ed il primo a portarla in Europa fu Hernán Cortés (1485-1547), conquistatore spagnolo il quale con un esiguo esercito riuscì a conquistare il Messico, sconfiggendo e catturando l’imperatore azteco Montezuma e spingendosi verso lo Yucatán, l’Honduras, il Guatemala, arrivando ad esplorare la California.
Il cacao si ricava dai semi di un albero originario dell’America tropicale denominato Theobroma cacao. Oggi questo tipo di albero si trova anche in Africa.
Il cioccolato si diffuse in Europa soltanto nel Seicento presso le corti di Spagna, Austria e Francia.
In Italia arrivò nel 1606 grazie ad Antonio Carletti, un commerciante fiorentino. Nel Settecento in Italia le botteghe del caffè erano anche botteghe del cioccolato. A Venezia, Giacomo Casanova faceva largo uso della bevanda al cioccolato per via delle sue qualità afrodisiache. Bisognerà attendere l’Ottocento per vedere il cioccolato nella sua forma solida. Nel 1876 lo svizzero D. P. Vevey  inventò il cioccolato al latte, mentre tre anni dopo un suo connazionale, R. Lindt inventò il cioccolato fondente.
Nei primi anni del Novecento, esattamente nel 1913 ancora un cittadino svizzero, J. Suchard produsse i primi cioccolatini ripieni.
Il 1914 è l’anno in cui scoppia la Prima Guerra Mondiale, proprio durante la “Grande Guerra” l’intendenza dell’US Army commissionò a vari produttori di inviare ai soldati in prima linea, blocchi di cioccolato da 10-20 chili. Il cioccolato rendeva energia ai soldati logorati sempre più dai combattimenti bellici e dalle precarie condizioni alimentari e di salute.
Nel 1925 nasce a New York il Caco Exchange, la Borsa che controlla la materia prima cosicché gli Stati Uniti diventano protagonisti a livello mondiale nel settore della cioccolata.
Durante la seconda guerra mondiale il cioccolato diventa strumento di fraternizzazione tra i popoli. Spesso veniva barattato in cambio di qualche altro prodotto o mercanzia. Durante l’avanzata alleata in Italia, gli americani ed inglesi distribuirono sigarette e cioccolato alla popolazione locale.
Nel 1993 a Parigi viene istituito il primo Salon du Chocolat, mentre due anni dopo a Perugia si svolge la prima edizione di Eurochocolate. Oggi il cacao come anche lo zucchero e il caffè è quotato in Borsa, a Londra, Parigi e New York ed è diventato oggetto di attenzione anche nel settore cinematografico tanto da ispirare il film Chocolat e soprattutto la Fabbrica di Cioccolato con Johnny Depp.